La pesca
No, e i dati parlano chiaro. Secondo la FAO (SOFIA-2024), a livello mondiale il 50,5% degli stock(1) di pesci commerciali valutati nel 2021 è pienamente sfruttato, il che esclude qualsiasi intensificazione, mentre il 37,7% è sovrasfruttato. Solo l’11,8% degli stock è oggi considerato «sottosfruttato».
(1) Uno stock è una popolazione di pesci (o una parte di essa) localizzata in una determinata area geografica, che non ha alcun o ha uno scambio minimo con gli stock vicini (P. Cury – IRD) e che può quindi essere gestita separatamente. I confini o i limiti di uno stock sono definiti da una convenzione.
Perché lo sviluppo della pesca è avvenuto senza limiti, nella convinzione che il mare fosse inesauribile. Contrariamente a quanto spesso si dice, la pesca non è una produzione. È un «prelievo» che dipende da una risorsa naturale e da un territorio. È proprio perché abbiamo purtroppo ignorato queste evidenze fondamentali che l’attuale stato generale delle risorse ittiche nel mondo è preoccupante. In 50 anni le tecniche di pesca si sono evolute notevolmente. Le imbarcazioni sono più potenti e le tecniche di localizzazione sono sempre più efficienti. Per un pesce è diventato quasi impossibile sfuggire alla pesca moderna.
Quando gli stock ittici sono oggetto di un attento monitoraggio da parte degli scienziati e vengono gestiti in modo sostenibile, si osservano effetti positivi: è proprio ciò che si riscontra per alcuni stock europei.
Inoltre, problemi moderni come l’inquinamento e le emissioni di gas serra, responsabili dell’acidificazione degli oceani e del riscaldamento globale, contribuiscono a un grave squilibrio della biodiversità oceanica.
In sintesi: le risorse ittiche sono un capitale che produce ogni anno degli interessi. La sfida consiste nel proteggere questo capitale e nel ricostituirlo quando necessario, per poter pescare in modo sostenibile, prelevando, a lungo termine, solo gli interessi.
La scomparsa totale di una specie ittica come il merluzzo o il tonno rosso è possibile, ma molto improbabile. Rimarranno sempre alcune migliaia di esemplari che dovrebbero riuscire a preservare la specie. Ma il condizionale è d’obbligo, perché una cosa è certa: anche stock giganteschi possono crollare bruscamente sotto i colpi devastanti dello sfruttamento eccessivo. È ciò che è accaduto al tonno rosso detto del Mediterraneo (Thunnus thynnus) negli ultimi anni ed è ciò che è accaduto al merluzzo bianco (merluzzo) sui Grandi Banchi di Terranova.
Nel 1970, la pesca del merluzzo bianco sui Grandi Banchi di Terranova raggiungeva le 800.000 tonnellate di pesce. Per oltre un secolo, a partire dai «terre-neuvas», il merluzzo bianco è stato la specie simbolo per molti pescatori. A partire dagli anni ’90, questa risorsa ha subito un crollo brutale e senza precedenti degli stock. Nel 1992 è stata istituita una moratoria per vietare qualsiasi attività di pesca fino a quando lo stock non avesse mostrato segni evidenti di recupero. Questa misura ha causato la disoccupazione di decine di migliaia di persone. Secondo le valutazioni scientifiche canadesi, anche dopo 30 anni di moratoria, la biomassa rimane molto al di sotto dei livelli storici e non consente un normale funzionamento biologico dello stock. I lavori scientifici dimostrano che l’ecosistema è passato a un nuovo stato di equilibrio, meno favorevole al merluzzo:
Si è verificato un cambiamento generale nella catena alimentare, caratterizzato da un aumento degli invertebrati (gamberetti, granchi) e da una diminuzione dei pesci preda fondamentali. Questa trasformazione ha limitato il ritorno del merluzzo bianco; si tratta di un fenomeno di «blocco ecologico» descritto in diversi studi ecosistemici.
A peggiorare la situazione, altre specie, di interesse economico pressoché nullo, avrebbero preso il posto del merluzzo in questa zona. A ciò si sono aggiunti altri fattori sfavorevoli alla ricostituzione degli stock di merluzzo, come il cambiamento climatico e un’elevata mortalità naturale. Questo caso tristemente «famoso» serve oggi da esempio da non seguire in materia di gestione della pesca, ma bisogna constatare che, nonostante questa esperienza disastrosa, non siamo al riparo dal crollo di alcuni stock importanti.
Il tonno rosso del Mediterraneo ha attraversato un periodo difficile, con un crollo della popolazione che costituisce lo stock all’inizio degli anni 2000. Questa risorsa, oggetto di uno sfruttamento eccessivo, ha subito un crollo dello stock a causa della pesca eccessiva. Per diversi anni sono state introdotte o rafforzate numerose misure, quali l’istituzione di una taglia minima di cattura, di un calendario della stagione di pesca, di autorizzazioni di pesca, ecc., al fine di regolamentare la pesca professionale e quella ricreativa. Per i pescatori del Mediterraneo e della costa atlantica questa specie era fondamentale. L’economia legata a questa pesca ha quindi subito un forte impatto: molte imbarcazioni da pesca sono state vendute, distrutte o adattate per la pesca di altre specie. Dal 2012, i dati scientifici mostrano un miglioramento costante. Gli ultimi pareri dell’ICCAT (International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas) dimostrano che lo stock si è ricostituito a un livello ecologicamente sostenibile grazie a misure di gestione adeguate. A partire dall’estate 2018, Mr.Goodfish si è quindi posizionato aggiungendo questa specie ai propri elenchi al di fuori del periodo di riproduzione.
Da secoli si registrano episodi di «sovrasfruttamento». Per molto tempo questi sono rimasti limitati alle zone in cui la popolazione viveva di pesca. Con lo sviluppo delle flotte e delle tecniche di conservazione che hanno permesso di spingersi più lontano e per periodi più lunghi, lo sfruttamento si è gradualmente esteso e poi «globalizzato», e questo in modo tanto più rapido quanto più era necessario rispondere a una domanda sempre più importante. Tra il 1950 e gli anni ’80, la produzione mondiale derivante dalla pesca è passata da 40 milioni di tonnellate a circa 80 milioni di tonnellate di pesce. Da allora, questa «produzione» ha raggiunto un plateau: nel 2022 le catture totali ammontano a 92,3 milioni di tonnellate (FAO 2024). Ma nel frattempo, dal 1950 ad oggi, la popolazione mondiale è passata da 2,5 miliardi di individui a quasi 8,1 miliardi. Gli esperti stimano che la popolazione raggiungerà i 9,7 miliardi di individui entro il 2050, ma la natura, dal canto suo, può fornire solo ciò che produce, non di più.
L’alieutica è la scienza della pesca; gli alieuti ne sono gli specialisti e sono loro che, attraverso numerose misurazioni e osservazioni, monitorano lo stato di salute delle popolazioni ittiche sfruttate, denominate «stock». La diminuzione della taglia media dei pesci pescati è un indizio di sovrasfruttamento. La rarefazione della risorsa, in altre parole la diminuzione delle quantità pescate, è un altro indizio di sovrasfruttamento. Si tratta di indizi, non di prove, ed è sulla base di osservazioni e misurazioni costantemente rinnovate e verificate che si può concludere che uno stock sia sovrasfruttato. Queste osservazioni vengono effettuate durante campagne scientifiche su navi oceanografiche, ma anche su pescherecci professionali.
La scienza si scontra tuttavia con numerosi ostacoli. Si riscontra una mancanza di conoscenze generali sull’ambiente marino e una carenza di risorse destinate ai gruppi di ricerca per studiare questo ambiente particolarmente difficile. È sempre più facile valutare una risorsa quando è possibile avere una visione d’insieme dello stock, come nel caso di una mandria di mucche in un campo. La scienza attualmente non consente di avere questa visione d’insieme degli oceani; rimangono sempre zone sconosciute e quindi dati che ci sfuggono.
A seconda della specie, il monitoraggio scientifico è più o meno facile da attuare. Infatti, a seconda delle caratteristiche biologiche della specie, del suo stile di vita (bentico, pelagico…), del suo habitat (costa/alto mare, in profondità/in superficie…), diventa più difficile accedere ai dati sullo stato generale di tale risorsa.
Il problema è che gli stock vengono sfruttati da tempo e che le misure adottate sono spesso di natura retroattiva, ovvero vengono prese solo quando lo stato di salute dello stock diventa preoccupante.
Per alcuni stock (in particolare quelli del Nord-Est dell’Atlantico, del Mare del Nord e del Mar Baltico) o per alcune specie, viene definito un Totale Ammissibile di Cattura (TAC). Esso rappresenta il prelievo massimo autorizzato dall’Unione europea per uno stock in una determinata zona. Da questo dato vengono determinate le quote, ovvero le quantità di pesce che possono essere pescate per paese, per tipo di pesca o, eventualmente, per imbarcazione. In zone come il Mar Mediterraneo o il Mar Nero, la pesca è gestita limitando lo sforzo di pesca sulla risorsa.
Vengono adottate altre misure, come la taglia minima di cattura, che viene normalmente calcolata in base alla taglia di maturità sessuale. L’obiettivo è quello di consentire a ogni pesce catturato di essersi riprodotto almeno una volta. Purtroppo, proprio come per le quote, occorre distinguere tra le taglie minime cosiddette «biologiche», che rispondono al criterio sopra indicato, e le taglie cosiddette «politiche», che non tengono conto, o lo fanno solo in misura limitata, del parere scientifico per soddisfare interessi economici a breve termine.
Va tuttavia sottolineato che sempre più pescatori si impongono regole sempre più restrittive (ad esempio, taglie di cattura superiori a quelle previste dalla normativa, periodi di pesca…) per preservare le risorse e garantire la propria attività nel breve, medio e lungo termine. Una corretta valorizzazione consente inoltre una migliore gestione delle risorse: pescare meno ma pescare meglio. Il prodotto viene conservato meglio a bordo, la qualità del pesce è migliore e il suo prezzo di vendita aumenta.
La tendenza generale rimane negativa, ma nasconde forti disparità regionali. Nonostante la crescente pressione sulla pesca di cattura a livello mondiale, l’ultimo rapporto della FAO sottolinea che in alcune regioni sono stati compiuti progressi concreti, in particolare nel Nord-Est dell’Atlantico, dove misure di gestione basate su dati scientifici hanno permesso di ridurre la pressione di pesca e di avviare la ricostituzione di diversi stock. Resta tuttavia opportuno mantenere un atteggiamento prudente, poiché questo fragile equilibrio è minacciato dai cambiamenti climatici e dal degrado degli ecosistemi marini.
Sì, senza dubbio. Ma la questione è capire quali pesci, in che quantità e di quali dimensioni. Se continuiamo a praticare la pesca eccessiva, gli esemplari non avranno più il tempo di riprodursi. È questo che può spiegare il crollo di alcuni stock attualmente. Ma il vero pericolo deriva senza dubbio dall’alterazione degli equilibri naturali causata dalla pesca eccessiva. La scomparsa dei «grandi pesci» lascia spazio ad altre specie che a loro volta diventano predatori. La preda di un tempo è diventata predatrice delle larve e dei giovani esemplari della specie che ieri la mangiava. La base della popolazione viene decimata da questo nuovo predatore, spesso di dimensioni molto più piccole, che a volte non presenta alcun interesse economico.
Oggi, sempre più scienziati sottolineano la necessità di prendere in considerazione l’intera catena alimentare e, ancor più, l’intero ecosistema di una specie, per formulare pareri sullo stato dello stock.
Il valore nutrizionale del krill è molto discutibile, ma non è questo il nocciolo della questione. Sfruttare il krill significa sfruttare la base di una rete trofica negli oceani e quindi mettere a repentaglio tutti gli ecosistemi marini che ne dipendono, non solo le balene, ma anche i pesci più piccoli, che vengono mangiati da quelli più grandi o dagli uccelli, dai mammiferi marini e, naturalmente, dall’uomo. I progetti di sfruttamento del krill rappresentano quindi una grave minaccia per i grandi equilibri della vita negli oceani e, a lungo termine, per la nostra stessa alimentazione.
L’acquacoltura
Da 60 anni l’acquacoltura mondiale sta vivendo un boom senza precedenti. Pesci, molluschi, alghe e crostacei vengono prodotti in grandi quantità grazie a tecniche di allevamento molto diversificate, che vanno dall’allevamento estensivo senza apporto di mangime all’allevamento intensivo, che prevede il riciclaggio e il trattamento dell’acqua.
Per quanto riguarda l’acquacoltura ittica (la piscicoltura), è importante sapere che viene praticata principalmente in acque dolci (2/3 della produzione ittica mondiale). I sistemi di acquacoltura continentale si basano principalmente sull’allevamento di specie onnivore o prevalentemente erbivore come carpe, tilapia e siluri, il che contribuisce a una maggiore efficienza alimentare ed energetica su scala mondiale.
La piscicoltura marina (maricoltura), più recente nel suo sviluppo industriale, sta tuttavia registrando una crescita sostenuta e rappresenta poco più di un terzo della produzione ittica mondiale (FAO 2024). Questa dinamica è particolarmente marcata in alcune regioni dell’Asia e dell’Europa, dove gli investimenti tecnologici e la padronanza dei cicli biologici hanno permesso il fiorire di nuove filiere. Storicamente, una specie, la ricciola (in particolare la ricciola giapponese), ha a lungo dominato la produzione di acquacoltura marina. Tuttavia, a partire dagli anni ’70-’80, importanti progressi hanno permesso di controllare la riproduzione e le prime fasi del ciclo biologico di numerose altre specie marine. È così che si sono progressivamente sviluppati gli allevamenti di salmone, spigola, orata, rombo e, più recentemente, di storione e di altre specie ad alto valore aggiunto, contribuendo alla diversificazione e all’espansione della maricoltura mondiale.
L’acquacoltura comprende anche l’allevamento o la coltivazione di ostriche e cozze (molluschicoltura). Si tratta di un metodo straordinariamente ingegnoso, poiché sfrutta la produzione naturale di alghe microscopiche per nutrire e far crescere i molluschi.
Anche l’allevamento di pesci come la carpa, utilizzando alghe o altre piante, rappresenta una soluzione sostenibile, purché le condizioni ambientali e sanitarie siano ben controllate.
Le specie marine allevate si nutrono principalmente di altri pesci e la loro natura carnivora può avere un impatto negativo sulle risorse ittiche. Queste specie necessitano di proteine nella loro alimentazione, che vengono loro fornite, in parte, dalla farina e dagli oli di pesce provenienti dalla pesca per la produzione di mangimi. Attualmente, a seconda della specie, occorrono in media tra 0,5 e 4 kg di pesce selvatico per produrre 1 kg di pesce d’allevamento. Circa 17 milioni di tonnellate di pesce selvatico, principalmente piccoli pelagici (sardine, acciughe, sugarelli, spratti…), sono state utilizzate in tutto il mondo per la produzione di farina e olio di pesce destinati a usi non alimentari, essenzialmente per l’alimentazione animale, e in primo luogo quella dei pesci d’allevamento. Ciò rappresenta oltre l’80% dei volumi di prodotti ittici non destinati al consumo umano nel 2022 (FAO 2024).
La pressione su questi pesci pelagici è molto forte e c’è motivo di preoccuparsi per la sostenibilità di questi stock e per il rischio di squilibrio degli ecosistemi. Si tratta di un problema grave, considerando che le quantità disponibili di pesce selvatico sono limitate. Di conseguenza, è necessario un uso intelligente delle risorse proteiche animali: farine di pesce prodotte da stock gestiti rigorosamente con quote, utilizzo di sottoprodotti (scarti della filettatura del pesce destinato al consumo umano), valorizzazione degli scarti della pesca nelle formule dei mangimi per pesci. Tutti questi prodotti animali possono essere valorizzati molto bene dall’acquacoltura. Inoltre, il ricorso alle proteine vegetali e alle proteine degli insetti è una pista da prendere seriamente in considerazione.
Secondo l’IFREMER, l’allevamento ittico marino riguarda attualmente soprattutto specie di alto valore commerciale e, per alcune di esse, l’allevamento ha già quasi sostituito la pesca (9 salmoni su 10 consumati e 1 branzino su 2 prodotti provengono da allevamenti).
Sì, un pesce selvatico mangia almeno quanto un pesce d’allevamento, e probabilmente anche di più, perché deve cacciare e quindi consuma energia per catturare le sue prede.
Ma la grande differenza introdotta dall’allevamento è che permette a miliardi di pesci di vivere, mentre in natura non sarebbero mai sopravvissuti. Si tratta quindi di miliardi di bocche in più da sfamare, che rappresentano un surplus, una sorta di domanda in eccesso rispetto a ciò che la natura è in grado di fornire. Non bisogna dimenticare che i pesci depongono decine di migliaia, spesso centinaia di migliaia, a volte milioni di uova per ciclo riproduttivo. La maggior parte di queste uova non verrà mai fecondata e, tra quelle che lo saranno, solo alcune – 4, 5, 6 o 10 – raggiungeranno l’età adulta. La ricerca permette oggi di fecondare quasi il 100% delle uova e di far raggiungere la taglia adulta a una percentuale molto elevata di giovani avannotti. Bisogna quindi nutrire tutti questi pesci che non sarebbero sopravvissuti in ambiente naturale ed è qui che sorge il problema.
I pesci selvatici, utilizzati come mangime negli allevamenti (noti anche come pesci foraggio), costituiscono la base della catena alimentare negli oceani. Si tratta di acciughe, sardine o capelin che nutrono pesci più grandi di loro (ad esempio le sgombri), che a loro volta vengono mangiati dai tonni, ma anche da uccelli, otarie, foche, squali, balene e dall’uomo. Data l’importanza di queste specie nella catena alimentare, i professionisti che le sfruttano devono impegnarsi a controllare attentamente gli stock interessati, pena il loro collasso e, di conseguenza, il crollo della loro attività. Gestendo gli stock di pesci foraggio in modo sostenibile, si garantisce la sopravvivenza della risorsa per l’intera piramide alimentare.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) sottolinea il problema etico posto dall’utilizzo di pesci da foraggio a fini di allevamento. Infatti, questi pesci potrebbero essere consumati direttamente da popolazioni che non dispongono né delle risorse proteiche animali necessarie, né dei mezzi per acquistare pesci carnivori provenienti dall’allevamento.
È già così in tutti gli allevamenti di specie carnivore, dove l’alimentazione (somministrata sotto forma di mangime in pellet) è composta per almeno il 50% da sostanze vegetali (panelli di soia e altre proteine vegetali, glutine di frumento, piselli proteici, glutine di mais, ecc.). Le ricerche attuali spingono questa percentuale fino all’80% o addirittura all’85% in alcuni casi. È una scelta. Si accetta che specie esclusivamente carnivore in natura diventino parzialmente o totalmente vegetariane? Spetta in parte al legislatore rispondere. Resta comunque indispensabile mantenere nel pesce d’allevamento, anche solo parzialmente, le qualità nutrizionali del pesce selvatico. È quindi imperativo fornirgli acidi grassi «polinsaturi», noti come «Omega 3», che si trovano principalmente… nel pesce selvatico. Gli Omega 3 sono presenti anche nelle alghe, il che le rende un ingrediente promettente per la produzione di farine sostitutive. Sono attualmente in corso numerosi studi.
Per fornire ai pesci carnivori le proteine necessarie al loro sviluppo, sono oggetto di ricerca nuove farine: le farine di insetti. Gli insetti fanno parte della dieta naturale dei pesci carnivori; a seconda delle diverse specie, le proprietà nutrizionali variano, ma il loro allevamento è semplice e veloce, rendendoli quindi un sostituto di prima scelta. In ogni caso, bisogna tenere presente che, prima o poi, saremo sempre limitati dalla quantità che la natura è in grado di fornire.
Sì, ed è per questo che il ragionamento secondo cui «se le risorse ittiche dovessero esaurirsi, ci sarebbe sempre l’acquacoltura» è errato, ma soprattutto pericoloso. E anche se tali risorse rimanessero ai livelli attuali, il problema non sarebbe risolto. Ogni anno, la pesca di cattura mondiale fornisce circa 92 milioni di tonnellate di pesci e animali acquatici. Gli scarti in mare sono oggi stimati a circa 9 milioni di tonnellate all’anno, mentre poco più di 83 milioni di tonnellate vengono portate a banchina. Di questi volumi sbarcati, quasi il 90% è destinato all’alimentazione umana, ovvero circa 75-77 milioni di tonnellate provenienti direttamente dalla pesca di cattura. Gli usi non alimentari rappresentano circa l’11%, ovvero quasi 20 milioni di tonnellate, di cui circa 17 milioni di tonnellate vengono trasformate in farina e olio di pesce, utilizzati principalmente per l’alimentazione degli allevamenti ittici, ma anche di pollame e suini.
Queste cifre riflettono una tendenza a lungo termine all’aumento della quota destinata al consumo umano e una stabilizzazione, se non addirittura un relativo calo, dei volumi destinati alla lavorazione industriale, secondo la FAO.
Dal 2019, l’obiettivo «zero rigetti» per la pesca professionale, introdotto dalla Commissione europea, obbliga i pescatori a portare a terra alcuni pesci che in precedenza venivano rigettati in mare (sia perché di taglia troppo piccola e quindi non regolamentari, sia per mancanza di interesse economico, sia perché le quote erano già state raggiunte, ecc.). Lo scopo di questa normativa è incoraggiare i pescatori professionisti a migliorare la selettività degli attrezzi da pesca. Poiché questi prodotti non sono autorizzati per il consumo umano diretto, saranno utilizzati nell’industria cosmetica, nella ricerca, ma soprattutto per la produzione di farina animale, il mangime destinato ai pesci d’allevamento.
Si stanno valutando altre soluzioni per limitare l’impatto dell’acquacoltura sugli ecosistemi e aumentare la produttività degli allevamenti: ad esempio, l’acquacoltura multitrofica integrata, un sistema di allevamento in cui «i rifiuti di una specie costituiscono il nutrimento di un’altra » (Richard, 2009). Con gli attuali rapporti tecnici, queste cifre consentono di ipotizzare una produzione mondiale compresa tra 10 e 20 milioni di tonnellate all’anno di pesci carnivori in acquacoltura. Ciò richiederà tuttavia una governance globale e un maggiore senso di responsabilità da parte degli Stati e dei professionisti, per la loro stessa sopravvivenza economica. Il trittico della sostenibilità: ambiente-economia-società è in questo caso più che mai attuale.
È vero, ma nel caso del tonno rosso le conseguenze di questo tipo di allevamento sono almeno altrettanto problematiche di quelle causate dalle altre specie carnivore. Il tonno cresce in gabbia per diventare un pesce «iper-grasso» molto apprezzato dai consumatori giapponesi. Per ingrassarlo, viene nutrito in modo massiccio: fino a 15 kg di pesce selvatico per far aumentare di 1 kg il peso di un tonno in gabbia! Ciò pone numerosi problemi, ma il principale rimane il fatto che specie come lo sgombro, la sardina, l’acciuga o lo sgombro, consumate in particolare dai paesi con un potere d’acquisto molto basso, hanno visto i loro prezzi salire alle stelle. Ingrassando il tonno rosso per un mercato di lusso, molte popolazioni vengono private di una fonte essenziale di proteine, se non addirittura vitale per la loro alimentazione. In un mondo che nel 2050 conterà più di 9 miliardi di persone, è ancora possibile? È compatibile con il concetto di pesca responsabile delle Nazioni Unite?
Alcuni tipi di allevamenti ittici rilasciano grandi quantità di materia organica nell’ambiente marino. Più i pesci mangiano, più sostanze rilasciano. Si tratta di un problema non trascurabile, in particolare per gli allevamenti di tonno, alcuni dei quali non sono stati realizzati a causa dell’eccessivo inquinamento dell’ambiente marino.
Per quanto riguarda la prima questione, sono stati intrapresi diversi tentativi, uno più allettante dell’altro. È impossibile valutarne i risultati: le giovani larve o gli avannotti rilasciati in natura subiscono la stessa sorte di quelli nati in natura, ovvero vengono mangiati o muoiono per cause naturali nel 99% dei casi. Una delle soluzioni più interessanti è quella del «sea ranching», che permette di rilasciare in mare giovani salmoni che, dopo un lungo viaggio in pieno oceano, tornano nel loro fiume d’origine. Ma i giovani salmoni in questione non sono più propriamente avannotti, bensì giovani pesci (smolt) che, in questa fase, hanno un costo proteico molto elevato. La percentuale di ritorno non è evidentemente sufficiente a garantire la redditività (o la competitività) di questo tipo di allevamento rispetto ad altri più intensivi e meglio controllati lungo l’intero ciclo.
Sono state avviate altre iniziative, come l’allevamento di molluschi bivalvi, una tecnica che consente di aumentare gli stock naturali di novellame. Le larve nascono e crescono in un vivaio per poi essere rilasciate e immesse in mare. Due esempi: uno nella baia di Saint-Brieuc con le capesante, l’altro nel bacino di Thau con le vongole, entrambi su iniziativa dei pescatori professionisti locali.
È importante tenere conto di alcuni criteri per fare una scelta consapevole ed evitare di danneggiare le risorse naturali e l’ambiente. Mr.Goodfish vi aiuta in questo senso. Ecco i criteri di selezione adottati da Mr.Goodfish per le specie d’allevamento:
L’alimentazione delle specie d’acquacoltura
Le specie devono essere nutrite:
- con ingredienti derivati da pesci selvatici, ottimizzati per lo sviluppo di ciascuna specie.
- con alimenti sostenibili: gli alimenti utilizzati devono provenire da una fonte sostenibile, ovvero essere prodotti con specie selvatiche soggette a quote o certificate come sostenibili (in proporzione crescente nell’ambito del miglioramento delle pratiche). Sono incoraggiate altre fonti di ingredienti quali i sottoprodotti, le alghe, gli insetti e il lino.
Le pratiche di allevamento
Le specie selezionate devono essere allevate in condizioni ottimali di benessere animale e di salute pubblica:
- L’uso di antibiotici deve avvenire esclusivamente su prescrizione veterinaria e nel rispetto della normativa europea.
- Mr.Goodfish ha inoltre stabilito un numero massimo di trattamenti all’anno e condizioni d’uso rigorose.
- Le specie devono essere allevate nel rispetto dei loro comportamenti naturali, con una densità adeguata per ciascuna specie.
L’impatto ambientale
Le specie selezionate devono essere allevate in condizioni ottimali di rispetto dell’ambiente. È necessario mantenere l’equilibrio dinamico tra l’area di produzione e l’ambiente circostante:
- È necessario mantenere l’equilibrio dinamico tra l’area di produzione e l’ambiente circostante.
- Le specie allevate devono essere presenti naturalmente nell’ambiente quando l’allevamento avviene in un ambiente non chiuso.
- Le specie devono essere alimentate con una quantità di farina di pesce che rispetti una soglia di rendimento fissata e ottimizzata per ciascuna specie, evitando il rilascio di materia organica nell’ambiente.
- Il tenore di particelle fini presenti nel mangime dovrà essere inferiore all’1%. La qualità dell’ambiente non deve essere compromessa dalla presenza di un allevamento ittico.
- L’uso di prodotti chimici deve avvenire esclusivamente su prescrizione veterinaria e nel rispetto della normativa europea. Mr.Goodfish ha inoltre stabilito un numero massimo di trattamenti all’anno.
- Per la pulizia degli impianti, Mr.Goodfish predilige l’uso di trattamenti meccanici o biologici.
- I vari indicatori e soglie sono disponibili per ciascuna specie sul sito web www.mrgoodfish.com
I marchi di qualità ecologica
Oggi sul mercato esistono numerosi marchi che aiutano i consumatori a scegliere prodotti dell’allevamento sostenibile. Per rendere accessibili al grande pubblico i criteri di selezione di questi diversi marchi, il programma Mr.Goodfish ha deciso di avvalersi proprio di essi: Aquaculture Stewardship Council (ASC), Global GAP, il marchio biologico europeo, il Label Rouge, Best Aquaculture Practices (BAP), la carta di qualità «Aquaculture de nos régions»…
Esistono diversi «marchi di qualità ambientale»:
– MSC: Marine Stewardship Council,
– Il marchio di qualità ecologica francese «Pesca sostenibile»
– Amico del Mare
– Artysanal…
Solo alcuni di essi sono conformi alle norme sulla pesca responsabile stabilite dalla FAO. In mancanza di altre raccomandazioni, questi marchi di qualità ecologica rappresentano un modo efficace per fare la scelta giusta.
Gli attrezzi da pesca
Da generazioni, l’uomo ha messo a punto diversi attrezzi da pesca che gli consentono di prelevare prodotti del mare sia dal fondale o nelle sue vicinanze, sia in acque profonde. Con queste evoluzioni, ci si è subito chiesti «qual è la natura e l’entità dell’impatto sugli organismi marini e sul loro ambiente» derivante dall’uso di queste tecniche. Oggi, l’obiettivo sia per i pescatori che per gli scienziati è quello di limitare questi effetti negativi tenendo conto dello stato delle risorse.
Si distinguono due grandi tipologie di attrezzi da pesca. Gli attrezzi cosiddetti «attivi», che vengono spostati verso le specie bersaglio sul fondale o nella massa d’acqua: come le reti a strascico, le draghe e le reti da circuizione. Gli attrezzi detti «passivi» o anche «attrezzi fissi», che vengono fissati in modo da intrappolare gli organismi marini: come reti, lenze o nasse.
I dispositivi attivi
La rete a strascico è una grande rete a forma di imbuto trainata a poppa di una o due imbarcazioni, a seconda del tipo di pesca. È caratterizzata da una maglia che si restringe progressivamente dall’imboccatura del sacco fino all’estremità, denominata «coda della rete». L’apertura orizzontale è assicurata da due pannelli divergenti che si aprono grazie alla velocità dell’imbarcazione e alla pressione dell’acqua.
A seconda del tipo di specie bersaglio, i pescatori utilizzano diverse configurazioni di rete a strascico:
- La pesca a strascico ha lo scopo di catturare le specie che vivono sul fondo o nelle sue vicinanze, quali: il merlano, il merluzzo, la rana pescatrice, la seppia, lo scampo…
- La rete a strascico è destinata alla pesca delle specie che vivono nella colonna d’acqua – tra la superficie e il fondo – quali: acciughe, sgombri, sardine, aringhe…
- La rete a strascico con asta viene utilizzata principalmente per le specie di pesci piatti: sogliola, passera…
Queste diverse reti da traino consentono di pescare una grande varietà di specie commerciabili presenti in tutto il bacino idrico, dal fondo alla superficie.
Da diversi anni vengono compiuti notevoli sforzi per ridurre l’impatto ambientale di questi pescherecci, migliorando le tecniche di pesca e controllando l’intensità dello sforzo di pesca. Ai pescatori vengono quindi imposte restrizioni normative relative a: zone e periodi di pesca, potenza delle imbarcazioni e dimensioni delle maglie.
Sono stati avviati numerosi studi volti a migliorare la selettività delle reti da traino (dimensioni delle maglie, griglie selettive, ecc.), il che consente di aumentare in modo significativo la fuga degli organismi non bersaglio della pesca (specie e/o taglie). È il caso, ad esempio, della pesca francese dello scampo nel Golfo di Biscaglia.
Per quanto riguarda la pesca a strascico, la tecnica e la configurazione degli attrezzi si sono evolute in modo da limitare il più possibile il loro impatto sui fondali marini: rondelle di gomma all’imboccatura che rotolano sul fondo, evoluzione della forma dei pannelli…
Caso specifico della pesca a strascico in acque profonde:
A partire dagli anni 2000, diverse associazioni hanno avviato una campagna di pressione contro la pesca a strascico in acque profonde. Nel 2016, tale campagna ha portato al divieto, da parte dell’Unione Europea, della pesca a profondità superiori agli 800 metri nelle acque europee. Nelle zone definite «ambienti marini vulnerabili», la profondità è limitata a 400 metri. Per tutte queste aree, i pescatori devono giustificare le loro attività tra il 2009 e il 2011.
Fino ad allora, questa tecnica veniva utilizzata a profondità che raggiungevano i 1000 metri e oltre. A tali profondità, gli ecosistemi sono molto diversi e si basano su specie dal ciclo vitale lento e dalla maturità sessuale tardiva, come ad esempio l’imperatore. Le specie che vivono nelle acque profonde sono molto difficili da studiare, e il monitoraggio scientifico è scarso o inesistente. Queste particolarità, insieme alla distruzione dei coralli di profondità causata dagli attrezzi da pesca, sono state le ragioni addotte per adeguare la normativa europea. I danni osservati in passato, in particolare all’inizio della pesca in acque profonde, sono oggi ridotti grazie all’istituzione di zone chiuse e alla forte riduzione dello sforzo di pesca a livello internazionale. La diminuzione delle aree interessate dalla pesca ha permesso di limitare l’impronta spaziale della pesca a strascico in acque profonde. Inoltre, le quote assegnate vengono facilmente catturate nei luoghi di pesca regolarmente frequentati.
Questa situazione limita le attività di pesca a strascico alle sole zone sedimentarie meno sensibili agli impatti.
Mr.Goodfish include nelle sue raccomandazioni pesci cosiddetti di acque profonde, come ad esempio la molva azzurra. Diversi fattori hanno portato ad adottare questa posizione. Le specie di acque profonde che figurano negli elenchi delle raccomandazioni sono oggetto di un rigoroso monitoraggio scientifico; i dati attuali mostrano una stabilità delle dinamiche di popolazione e queste specie vengono sfruttate al loro massimo rendimento sostenibile. Il piano di gestione messo in atto per queste specie ci permette di prelevare ciò che la natura ci offre senza danneggiare la risorsa: è l’equilibrio perfetto! Un altro motivo per cui Mr.Goodfish raccomanda alcune di queste specie di acque profonde è che i substrati delle zone consigliate sono di tipo sabbioso-fangoso e non sono presenti coralli.
Basata sullo stesso principio delle reti a strascico, la draga è un attrezzo da pesca di tipo «cestello/rastrello», trainato dall’imbarcazione. Costituita da un’armatura rigida rivestita di metallo o di rete, viene utilizzata essenzialmente per la raccolta dei molluschi. All’ingresso, nella parte inferiore, si trovano delle lame o dei denti metallici che consentono di raschiare gli strati superiori del fondale marino. L’obiettivo della draga è quello di raccogliere i molluschi sepolti nella sabbia o nel fango, quali: vongole, capesante, cozze…
Questo attrezzo è considerato selettivo. Infatti, le maglie della rete metallica o della rete sono di dimensioni adeguate per consentire la fuga degli esemplari più piccoli. Proprio come la pesca a strascico, questa flotta è soggetta a regolamentazioni relative allo sforzo di pesca. Ad esempio, la pesca con la draga delle capesante nel Canale della Manica è limitata per quanto riguarda il numero di imbarcazioni autorizzate, la zona di pesca e il numero di giorni.
Lo svantaggio principale della draga è il suo impatto sul fondale e sugli habitat marini. Gli studi su questo attrezzo si concentrano principalmente sugli aspetti tecnici, al fine di limitare la pressione sul fondale.
Il principio di funzionamento di questi attrezzi consiste innanzitutto nel circondare il banco di pesci con una rete, per poi avvicinarne i due lembi verso l’imbarcazione (rete a circuizione) e chiudere contemporaneamente la parte inferiore della rete (rete a circuizione scorrevole – Bolinche o Lamparo). Sono utilizzate per la cattura di specie pelagiche quali: tonni, sardine, acciughe…
La selettività delle reti o delle sciabiche si basa sul comportamento gregario di banchi di pesci di taglia omogenea. Grazie ai sonar, i pescatori individuano banchi di una determinata specie e di una specifica taglia, il che consente di ridurre al minimo la cattura di esemplari di piccole dimensioni. Poiché il pesce vivo viene riportato rapidamente a bordo, questo tipo di pesca garantisce prodotti di ottima qualità.
Questa tecnica di pesca comporta talvolta la cattura accidentale di piccoli cetacei. Con l’evoluzione delle tecniche, questi esemplari catturati accidentalmente vengono sempre più spesso rilasciati rapidamente e quindi vivi.
Da alcuni anni, sempre più pescherecci francesi che operano nel Canale della Manica e nel Mare del Nord si stanno adeguando per utilizzare questa tecnica. Si tratta di una combinazione tra la rete da traino di fondo e la rete a circuizione, costituita da una rete a forma di imbuto collegata a due lunghi cavi che consentono di radunare il pesce. Viene utilizzata per la pesca delle specie demersali, proprio come la rete da traino. Il suo principale vantaggio è la possibilità di ottenere pesce di migliore qualità e un risparmio energetico. Infatti, il recupero della sciabica avviene o con l’imbarcazione ferma grazie agli argani (sciabica danese), oppure a velocità ridotta rispetto ai pescherecci da traino classici (sciabica scozzese).
Nel 2013 la Commissione europea ha autorizzato gli Stati membri a dotare il 5% della propria flotta di pescherecci con reti a strascico di elettrodi (articolo 31 bis del regolamento CE n. 850/98). L’idea è quella di far passare una corrente attraverso il braccio per inviare impulsi elettrici nel sedimento. Questi fungono da esca per attirare i pesci prima di stordirli. Le prime licenze sono state inizialmente concesse a titolo sperimentale per raccogliere dati sull’impatto di questa tecnica (selettività, cattura…). Nel corso degli anni, il numero di pescherecci che utilizzano la rete a strascico elettrica ha continuato ad aumentare grazie all’ottenimento di deroghe. Nel 2018 Mr.Goodfish ha deciso di prendere posizione chiedendo ai deputati europei di votare a favore del divieto totale di questa tecnica di pesca. Sono necessari studi scientifici più approfonditi sull’impatto di queste reti da traino sui substrati e sulle specie bersaglio e non bersaglio di questa pratica. L’obiettivo è agire nell’interesse dell’equilibrio degli ecosistemi. Oggi questa tecnica, che era stata utilizzata principalmente dai pescatori professionisti nei Paesi Bassi nel Mare del Nord, è vietata.
I dispositivi passivi
Le reti sono costituite da uno o più teli rettangolari tesi verticalmente nella colonna d’acqua. Che siano fisse o alla deriva, le reti da posta (1) o le reti a tramaglio (2) costituiscono un ostacolo che intrappola il pesce al momento del suo passaggio. Quelle fisse sono ancorate grazie a galleggianti nella parte superiore e a zavorre nella parte inferiore.
(1) Le reti da posta sono costituite da uno o più teli rettangolari di rete, disposti verticalmente nell’acqua. Nella parte superiore sono fissati dei galleggianti e nella parte inferiore delle zavorre, che mantengono le reti in posizione verticale. (www.ifremer.fr) Queste reti possono essere fissate al fondo o, al contrario, sospese dalla superficie in acque libere. In tal caso si tratta di reti derivanti. Le reti da posta derivanti sono vietate nell’Unione Europea dal 2002.
(2) La rete a tramaglio è costituita da tre teli: due teli esterni (aumées) a maglia larga e un telo interno (flue) a maglia stretta, montato in modo molto lasco. I pesci o i crostacei rimangono intrappolati nel pannello interno a maglia fine, dopo aver attraversato uno dei due pannelli esterni. (www.ifremer.fr)
La dimensione delle maglie è regolamentata e consente quindi di selezionare gli esemplari più grandi, lasciando sfuggire quelli più piccoli.
La selettività delle reti dipende sia dal comportamento della specie bersaglio sia dalla conoscenza dell’ambiente da parte dei pescatori. Una rete ben posizionata, nel posto giusto e al momento giusto, può essere molto selettiva. Al contrario, una rete può rivelarsi una trappola inutile e dannosa per l’ecosistema se utilizzata in modo improprio, catturando sia crostacei che pesci, tartarughe o cetacei.
Ad esempio, capita che le reti vadano perse e diventino reti «fantasma». A seconda della profondità alla quale erano state calate, possono o impigliarsi nelle correnti (a bassa profondità) oppure continuare a pescare per diversi mesi (a grande profondità).
Queste tecniche hanno lo scopo di attirare un pesce sull’amo utilizzando un’esca viva o artificiale. Esistono diversi montaggi:
- La lenza da traino (trainata all’estremità di una canna da pesca o a poppa dell’imbarcazione),
- La linea a mano (trainata a mano),
- La palangaro (una lenza dotata di numerosi ami, che può essere fissa o alla deriva),
- Il bastone.
Le lenze e la canna vengono utilizzate per catturare specie che vivono principalmente in acque profonde, come il tonno, il nasello, il merluzzo bianco, lo sgombro… Il palangaro può essere fissato sul fondo per pescare, ad esempio, razze, gronghi, lingue… oppure in superficie per il branzino, il tonno e il pesce spada.
Il pescato viene solitamente portato a bordo ancora vivo, il che garantisce un pesce di ottima qualità.
In termini di selettività, l’uso di esche e ami adeguati consente di catturare le specie bersaglio e della taglia desiderata. Tuttavia, in alcune situazioni, i palangari alla deriva favoriscono la cattura accidentale di altre specie indesiderate, di mammiferi marini o anche di uccelli marini (come nel caso della pesca dell’austromerluzzo in Antartide, ad esempio). Oggi vengono studiate numerose soluzioni per limitare questi incidenti: dispositivi per spaventare gli uccelli, i delfini…
La nassa è destinata alla cattura di crostacei (granchio, aragosta, granchio di mare…), molluschi come la patella e cefalopodi (polpi, seppie). Il principio consiste nell’attirare l’animale utilizzando un’esca collocata all’interno di una trappola costituita da una struttura rigida ricoperta da reti o maglie metalliche. L’animale entrerà attraverso un’apertura a forma di «scivolo» dalla quale sarà molto difficile uscire. Le dimensioni e la forma delle nasse possono variare notevolmente a seconda delle specie bersaglio.
L’esca utilizzata varia a seconda della specie bersaglio. Nel caso dei pescatori professionisti, la nassa viene raramente calata da sola; in genere si tratta di diverse decine di attrezzi collegati tra loro, chiamati «filière».
Posate sul fondale dai pescatori con reti a maglie fisse, hanno in genere un impatto limitato e consentono addirittura di selezionare, al momento del recupero a bordo, gli esemplari commercialmente più interessanti e di rilasciare vivi gli altri.
Per tutti gli attrezzi passivi, l’impatto sul fondale marino è minimo o nullo. Tuttavia, la perdita o l’abbandono in mare di reti, lenze o nasse può comportare conseguenze non trascurabili sull’ambiente marino. Infatti, questi attrezzi «fantasma» continueranno a pescare e costituiranno una minaccia a medio e lungo termine.
Oggi la pesca non si riduce più al semplice «pescare di più per vendere di più». Le fluttuazioni degli stock ittici e del prezzo del gasolio incidono fortemente sulla stabilità delle imprese di pesca. Le numerose crisi degli ultimi anni dimostrano l’importanza di un cambiamento di mentalità. Un imprenditore del settore ittico deve ora tenere conto dei diversi aspetti dello sviluppo sostenibile: ecologia, economia e aspetti sociali.
A seconda della tecnica di pesca utilizzata, il consumo energetico dell’imbarcazione può variare notevolmente. Il prezzo del barile di petrolio e l’introduzione della tassa sul «carbonio» sono fattori essenziali per la redditività della nave. Oggi, il rapporto tra valore/volume pescato e distanza tra zona di pesca e porto di partenza sono parametri che il comandante tiene direttamente in considerazione prima di lasciare il molo. Per essere meno dipendenti dal prezzo del petrolio, le nuove imbarcazioni in costruzione prevedono delle alternative: motorizzazione diesel/elettrica, tecniche di pesca meno dispendiose (reti da pesca danesi…), idrodinamica dello scafo…
Dal punto di vista economico, oggi l’obiettivo non è più quello di «pescare di più», ma di «pescare meglio». La qualità e la valorizzazione dei prodotti ittici sono due criteri diventati essenziali per la filiera. Da alcuni anni, la selettività degli attrezzi da pesca è uno dei temi principali nel campo della ricerca. Si prendono in considerazione diverse tecniche: maglie, griglie di sfuggimento, nuovi montaggi, sonar più performanti… L’obiettivo è quello di individuare con maggiore precisione le specie e la taglia degli esemplari.
Per garantire la qualità del prodotto, i pescatori ricevono una formazione sempre più approfondita sui criteri di conservazione: manipolazione, stivaggio nelle casse, ricopertura di ghiaccio… Le nuove imbarcazioni tengono conto di queste fasi per migliorare il valore dei prodotti ittici. Il recupero del pescato è ottimizzato in modo che il pesce venga stivato il più rapidamente possibile nelle casse all’interno di una zona refrigerata. La stiva viene ottimizzata per conservare al meglio i prodotti che, a seconda della pesca, possono rimanere a bordo da uno a diversi giorni. Le tecniche si evolvono: ghiaccio liquido al posto del ghiaccio in scaglie per avvolgere il pesce, freddo omogeneo tra 0 e 2 °C… L’obiettivo economico rimane lo stesso: poter vendere prodotti di migliore qualità, a pochi centesimi in più all’asta.
Per quanto riguarda l’aspetto sociale, si tratta di adattare le navi per migliorare le condizioni di vita a bordo sia nella zona «attrezzature da pesca/selezione/stiva» che nella parte «cuccette/cucina/sala da pranzo». La sicurezza del personale e l’ergonomia della nave sono diventati due parametri essenziali nella costruzione di una nave.
